All’estero mi sento solo, anche se ho un lavoro e una vita piena

Hai colleghi, appuntamenti, forse una relazione e una settimana piena. Eppure, quando vorresti parlare davvero con qualcuno, non sai bene a chi rivolgerti. La solitudine all’estero non coincide sempre con l’essere fisicamente soli: a volte riguarda la qualità dei legami e lo sforzo necessario per sentirsi compresi.

Le persone rimaste in Italia ti conoscono da tempo, ma non condividono la tua quotidianità. Quelle incontrate nel Paese in cui vivi vedono la tua vita attuale, ma potrebbero non conoscere la storia che ti ha portato lì. Puoi sentirti diviso tra questi due mondi, anche quando entrambi sono importanti per te.

Non basta “uscire di più”

Conoscere persone può essere utile, ma è difficile costruire intimità se ogni incontro richiede di tradurre lingua, abitudini e parti della propria storia. Vale la pena chiedersi che cosa ti manca: compagnia, continuità, qualcuno con cui essere vulnerabile, una comunità, oppure la possibilità di condividere la vita ordinaria senza doverla spiegare.

Conta anche ciò che rende difficile creare legami: orari di lavoro, cura dei figli, spostamenti frequenti, discriminazione, denaro o poca energia. Non tutto si risolve con un cambiamento di atteggiamento.

Guardare la propria rete

Chi puoi chiamare per una difficoltà concreta? Con chi puoi parlare senza preparare ogni parola? Quali relazioni vorresti coltivare nel luogo in cui vivi e quali a distanza? Queste domande possono rendere la solitudine meno indistinta. Se il senso di isolamento pesa sul tuo umore o sulle tue scelte, può essere utile esplorarlo senza considerarlo una prova che il trasferimento sia stato un errore.

Se vuoi approfondire la tua situazione, trovi qui la mia pagina sulla psicoterapia online per italiani all’estero.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *